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Il Sapore del Dominio (7)


di DeepCpl
10.08.2025    |    1.847    |    7 9.6
"Le corde, scivolando via, lasciavano sulla mia pelle i solchi rossi e gonfi della loro presenza, un tatuaggio temporaneo..."
Lo Spartito di Canapa

Il messaggio di Jerry fu un lampo di luce fredda nel crepuscolo di una domenica qualunque: l'indirizzo di un loft in una zona industriale riconvertita e un orario. Accanto all'orario, una singola, enigmatica parola: "Ascolta".
Quando arrivammo, capimmo perché. Non fummo accolti dal silenzio, ma dal suono. Un'intricata e malinconica tempesta di note riempiva l'aria, nata da una fisarmonica cromatica che piangeva, sussurrava e urlava tra le mani di un uomo seduto al centro dello spazio. Non era un sottofondo; era l'aria stessa che respiravamo, densa dell'odore di polvere, legno antico e ozono.

L'uomo portava i capelli raccolti in dreadlocks scuri, e i suoi occhi erano chiusi, perso nella sua stessa creazione musicale. Le sue mani, precise e callose, danzavano sulla tastiera dello strumento, ma erano le mani di un artigiano, di chi ha passato una vita a piegare la materia – e l'anima – alla sua volontà.
Jerry emerse da una porta laterale. «Quello è Davide Rocco», disse a bassa voce. «Un Maestro. Non parla molto. Comunica attraverso due linguaggi: la corda e la musica. Stasera non imparerai una lezione sul potere, ma sulla resa totale della materia. Silvia,» e per la prima volta si rivolse a me, «tu sarai la sua tela. E anche il suo strumento. Felix sarà il nostro unico pubblico. Io sarò il critico.»

Mi spogliai, rimanendo solo con la lingerie di pizzo nero. Mi posizionai al centro dello spazio, un'offerta silenziosa. La musica si spense. Davide Rocco aprì gli occhi e mi scrutò, non come un uomo guarda una donna, ma come uno scultore esamina un blocco di marmo grezzo. Felix si ritirò in un angolo, diventando un'ombra, un testimone impotente.
Jerry si avvicinò a lui. «Guarda attentamente, Felix», mormorò. «Non assisterai a una pratica di bondage. Lo Shibari è un'arte. Si chiama kinbaku: l'arte di legare per creare bellezza. La corda, la nawa, non è uno strumento di restrizione, ma un'estensione della volontà dell'artista, il nawashi. È un dialogo tra le sue mani e il corpo di chi viene legato.»

Davide Rocco si avvicinò. Non mi parlò. Iniziò dal mio torso. Le sue dita lavoravano con una rapidità ipnotica, la corda di canapa che scorreva tra di esse come acqua. La sua ruvidità sulla mia pelle fu una grammatica primordiale, una lingua che il mio corpo iniziò subito a leggere.
«Ogni nodo», continuò Jerry, la sua voce un commentario a bordo campo per Felix, «ha un nome, una storia, una funzione. Non c'è nulla di casuale. L'artista non sta costringendo il corpo. Sta seguendo le sue linee, accentuando le sue curve, creando un'architettura effimera, una calligrafia sulla pelle. È un'estetica della pazienza, della fiducia. Silvia non deve fare nulla, se non esistere. E fidarsi.»

Sentivo le corde avvolgere il mio petto, le mie braccia, il mio bacino, creando una ragnatela complessa e stranamente simmetrica. La mia forma umana veniva ridefinita. Poi Davide Rocco si fermò. Mi aveva legato le gambe, una sollevata e piegata, l'altra tesa. Ero una scultura incompiuta a terra. Prese la sua fisarmonica e suonò alcuni accordi dissonanti, un commentario musicale sulla tensione e la vulnerabilità della mia posizione.

Poi, tornò alle corde che pendevano da un telaio di bambù nero sopra di me. Agganciò i nodi centrali. Con un movimento fluido del contrappeso, tirò.
I miei piedi lasciarono il pavimento. E il mondo si capovolse. Per un istante, fui panico puro. Vertigine. La sensazione di cadere, di non avere più controllo su nulla. I miei muscoli si tesero, il mio corpo lottò istintivamente contro le corde. Ma erano inflessibili. E allora, smisi di combattere. Lasciai che il mio peso si abbandonasse alla trama. Le corde divennero il mio scheletro. La mia posizione, sospesa nel vuoto, era contorta e dolorosa, eppure, in essa c'era una strana pace, un'estasi statica. Ero un'opera d'arte appesa in una galleria privata.

E fu allora che Davide Rocco mi mostrò la vera magia. Rimasi sospesa per un tempo che parve un'eternità. Poi lui si avvicinò. Non prese altre corde. Le sue mani si concentrarono su un unico, piccolo nodo, nascosto nell'intrico sopra il mio stomaco. Non lo sciolse. Con una lenta, calcolata trazione, lo fece scorrere lungo un'altra corda, solo di pochi centimetri.
Fu come se avesse tirato il filo principale di un universo di marionette.
L'intera geometria del mio corpo si disfece e si ricompose in un istante. La gamba piegata si tese verso l'alto, il mio torso si contorse su un lato, il braccio destro si sollevò e la mia testa venne gettata all'indietro, esponendo completamente il collo. La trasformazione fu istantanea, fluida, sconvolgente. Da una posizione di contrazione ero passata a una di apertura totale. Tutto, per la manipolazione di un singolo, insignificante nodo. Quella era maestria. Quello era controllo assoluto.

In questa nuova posizione di offerta totale, Davide Rocco si sedette, imbracciò di nuovo la sua fisarmonica, e iniziò a suonare. Era una tempesta. Una melodia complessa e struggente, i cui bassi profondi sembravano vibrare attraverso le corde stesse. Fui ipnotizzata, cullata dalla musica, indifesa nella mia nuova forma.
Fu in quel momento che un'altra presenza si avvicinò. Non Davide Rocco, l'artista. Ma Jerry, il Padrone.
Si fermò sotto di me. Pendevo, completamente indifesa, la mia gola e il mio pube esposti al mondo, gli occhi socchiusi nella trance musicale.
E poi, la profanazione che era anche una consacrazione. Sentii le sue dita calde e precise trovare il mio clitoride. Lo spettacolo dell'arte era finito. Iniziava quello del Potere.
Jerry mi stimolava lentamente, metodicamente, in sincrono con il ritmo crescente e disperato della fisarmonica. Il Maestro d'arte mi teneva sospesa nel suo universo sonoro, mentre il Maestro del mio spirito mi possedeva nel mio universo carnale. Era un assalto sensoriale totale. Felix, dall'angolo, assisteva a questo tableau vivant: sua moglie, un'arpa umana, suonata contemporaneamente da due maestri.

Il mio orgasmo fu una dissonanza perfetta. Un urlo strozzato che si fuse con la nota più alta e lancinante della fisarmonica.
Con la stessa calma, Jerry si ritrasse. La musica si spense. Davide Rocco si avvicinò e, con movimenti lenti, mi riportò a terra. Mi sciolse, nodo dopo nodo, con la cura di un restauratore. Le corde, scivolando via, lasciavano sulla mia pelle i solchi rossi e gonfi della loro presenza, un tatuaggio temporaneo.
Ero accasciata a terra. Davide Rocco si inginocchiò accanto a me e mi baciò delicatamente sulla fronte. Il sigillo dell'artefice sulla sua opera. Poi, senza una parola, scomparve.

Jerry si avvicinò, sovrastandomi. «Ora hai capito, Silvia?», disse. «La vera sottomissione non è rispondere a un ordine. È diventare l'ordine stesso. Non sei stata legata; sei stata riscritta. E stasera, Felix non ha guardato sua moglie fare sesso con un altro uomo. Ha ammirato un capolavoro. Di cui, semplicemente, non possiede i diritti d'autore.»
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